La Pieve de Gropina

Ai piedi della Pieve romanica di Gropina, percorrendo la strada provinciale dei Setti Ponti che porta ad Arezzo, il passante che ha appena lasciato il comune di Loro non può non accorgersi della Villa del Colombaio, immersa tra gli ulivi dell’omonimo podere.

La Pieve di San Pietro a Gropina di Fabrizia Landi

La Pieve di Gropina

E alla Pieve di Gropina è strettamente legata la storia del Colombaio, che fu nei secoli la sede della «Fattoria di Gropina» dipendente dalla Pieve.

Una prima chiesa paleocristiana fu edificata sul colle di Gropina, nella terra che fu degli etruschi e dei romani, dove il Pratomagno separa il Valdarno dal Casentino, verso il V secolo. Il cristianesimo veniva da Arezzo, sede episcopale posta sotto il patronato di San Donato, e Gropina aveva la sua importanza perché vi passava l’antica via Clodia (o Cassia vetus) che portava a Roma; e difatti la chiesa è dedicata a San Pietro.

Verso il sec. VIII la chiesa è ampliata e ricostruita dai Longobardi, e verso il XII sec. venne edificata l’attuale, meravigliosa Pieve romanica. Dopo essere stata dipendente dall’abbazia modenese di Nonantola, la Pieve di Gropina ebbe sotto di sé una ventina di chiese filiali, per cui la carica di Pievano divenne ambita. Una lettera di Lorenzo il Magnifico del 1478 chiede che il beneficio sia affidato all’umanista Angelo Poliziano, il quale, naturalmente, avrebbe goduto dei proventi della chiesa secondo il sistema delle commende.

Il Capitolo Metropolitano Fiorentino

logo capitoloNel 1515 Papa Leone X (della famiglia Medici e figlio del Magnifico) affidò i beni della Pieve al Capitolo Metropolitano Fiorentino, del quale egli stesso aveva fatto parte e, come detto, la Fattoria di Gropina, appartenente al Capitolo, (del quale resta una pietra con l’emblema, datata 1843) era amministrata dalla casa colonica del Colombaio. Le cose restarono immutate fino al cosiddetto Risorgimento.

 

Dopo il Risorgimento

Con l’annessione del Granducato di Toscana al Regno di Sardegna, le leggi eversive varate dal governo Subalpino furono applicate anche in Toscana, con lo scopo di colpire la Chiesa, ripianare l’ingente debito pubblico (già allora) e rimpinguare le casse dello stato svuotate dalla guerra e favorire infine la ricca borghesia risorgimentale che a prezzi convenienti poteva appropriarsi di vasti possedimenti. In base alle nuove leggi del 7 luglio 1866 e del 15 agosto 1867, furono espropriati i beni dell’Asse ecclesiastico, e quindi anche quelli del Capitolo Metropolitano, che fino al 15 agosto 1867 contava 38 canonicati e oltre 60 cappellanie tutti dotati con qualche fondo. Tra questi quelli di Gropina, ed anche il podere e la casa colonica del Colombaio.

Il 19 dicembre 1867 i poderi e le case coloniche del Colombaio e Casarabizza furono messi in vendita a Montevarchi ed acquistati dall’antiquario fiorentino Antonio Rusca, che nel 1883 vendette la sua collezione d’Arte (già nel 1831 viene citata la Collezione dell’avo, anch’egli Antonio Rusca, a Firenze) per dedicarsi a tempo pieno all’agricoltura. La casa colonica venne trasformata in una Villa (restano due lapidi del 1870 e del 1900 che attestano i lavori) e la proprietà ampliata, passando poi alla unica figlia Emma Rusca, andata in sposa nel 1876, a Firenze, a Louis Émile Prévost (della famiglia dei Prévost de la Tremoille) appartenente ad una famiglia protestante di Ginevra, stabilitasi come molti altri svizzeri e inglesi nella capitale toscana (il padre di Louis Emile, Edouard, è ancor oggi sepolto a Firenze nel celebre «Cimitero degli Inglesi»). La sorella di Louis Emile Prevost, Mathilde, sposò Carlo Alessandro Steinhäuslin, originario di Le Locle, nel cantone di Neuchâtel, console onorario di Svizzera a Firenze e fondatore, nel 1885, sempre a Firenze, della famosa, e più tardi famigerata, Banca Steinhäuslin.

Dei due figli di Emma e Louis-Emile Prevost Rusca, il primogenito, Franco, non ereditò le proprietà valdarnesi: i suoi discendenti vivono tuttora in Trentino; la conduzione della Fattoria spettò invece alla sorella, Azema Prévost Rusca, e al di lei marito, l’ing. Baldassarre Raffanini, originario di una famiglia cattolica di Portoferraio, i quali con competenza amministrarono i 162 ettari della Fattoria. Il figlio Franco vendette la proprietà, il 1 febbraio 1961, al Comm. Francesco Rabotti (1893-1966), padre della attuale proprietaria.

Gli attuali proprietari

logo Rabotti

Il Comm. Rabotti nacque a Castelnovo neļ Monti, sull’Appennino reggiano, da una famiglia notabile del luogo, dove si era trasferita dalla vicina località di Crovara nel 1737. Lasciata Reggio nell’Emilia per trasferirsi presso dei parenti a Milano, iniziò giovanissimo a lavorare (1909) e partecipò in seguito alla grande guerra e all’occupazione dell’Albania come ufficiale degli alpini. Tornato alla vita civile si trasferì a Torino, dove verso il 1921 fondò la «Francesco Rabotti», un’industria produttrice, dal 1925, di banchi prova di pompe a iniezione.

Venduta la Rabotti (tutt’ora esistente) all’inizio della guerra, comprò a Levanella di Montevarchi, dalla famiglia Barbetti, la Fattoria del Camminlungo. Al termine del conflitto, riprese l’attività industriale a Torino, rilevando le Officine Sant’Ambrogio, per la produzione delle valvole per automobili «Livia», ed aprì in seguito lo stabilimento «Eaton-Livia» a Rivarolo Canavese. La passione per l’agricoltura lo spinse ad unire nel 1961 le proprietà agricole di Bucine e Montevarchi con la nuova acquisizione di Loro Ciuffenna e Terranova Bracciolini, nella «Fattoria del Camminlungo e del Colombaio», col valido aiuto della moglie, Giuseppina Accastello (1903-1989).

Francesco Rabotti morì al Colombaio il 5 luglio 1966, e la Fattoria rimase indivisa per quasi un trentennio sotto la cura del genero, dott. Gaetano Rennella, marito di Carla Rabotti. Ai nostri giorni, l’altra sorella, Rosamaria Rabotti Ricossa, nella sola proprietà del Colombaio, produce uno dei migliori olio extravergine d’oliva, puntando sull’assoluta qualità già riconosciuta in concorsi oleario internazionali.

Fattoria_Il_Colombaio

Fattoria Il Colombaio

 

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